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Non riesco

Non riesco

Non riesco a smettere di pensare a quella ragazza. Melissa. Sedici anni. E’ stata l’ultimo pensiero prima di andare a letto e il primo, stamattina, appena sveglio. Sedici anni. Cinque in più di mio figlio. Sedici anni. Me lo ripeto in continuazione, come un mantra. Non so, non capisco cosa provo. Sono intontito, istupidito da quello che è successo. A sedici anni si dovrebbe sperimentare l’amore, non assaggiare la morte, non avere paura di morire, del futuro. Si dovrebbero fare voli pindarici, perché è l’età che te lo consente di sognare, di volare senza aver paura delle altitudini, senza temere le rovinose cadute che arriveranno, certo, ma che rafforzeranno le convinzioni e le ali. A sedici anni dovresti pensare che il mondo lo puoi cambiare e che lo farai, che spetterà alla tua generazione renderlo un posto migliore. A sedici anni dovresti pensare che farai viaggi e incontrerai persone e culture, che contaminerai e sarai contaminato. A sedici anni devi pensare che il tuo sorriso e le tue risa siano il dono più bello, e che non ci sia nulla che possa scaldare di più la giornata che essere felici. A Sedici anni non puoi saltare in aria, non puoi.

Non c’è un modo migliore per morire a sedici anni. Morire così, però, è infame, e ci si può ostinare a cercare parole nella cruda consapevolezza che non se ne troveranno mai. Non so, né mi interessa ora, chi siano i mandanti e chi siano i mandati. Ci sarà il tempo giusto anche per quello. Ora è il tempo di raccogliere i cocci, curare il dolore. Provarci, almeno. Pensare senza lucidità che Melissa in fondo poteva essere mia – nostra – figlia. Anzi, che un po’ lo è. E non per riempirsi la bocca di vuota retorica ma il cuore di compassione e gli occhi di lacrime.

A sedici anni non si può morire lasciando un’eredità di domande irrisolte. E’ accaduto troppo spesso, troppe volte in questo Paese. A sedici anni si ha il diritto sacrosanto di sapere perché e di conoscere chi ti ha strappato la vita dalla pelle. Da domani, per ognuno di noi, questo sarà un dovere: conoscere, e capire. Oggi… oggi no, non so voi, ma oggi io voglio stare spento, e pensare a un volo interrotto e ad ali spezzate a sedici, soltanto sedici, anni.

Ciao, Melissa.

 

La foto è “Flying Lessons, Robert e Shana Parkeharrison


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Sono figlio di un ex operaio Ilva…

Mi chiamo R. (Roberto Romano)

Sono figlio di un ex operaio Ilva. Non un operaio a caso; mio padre. L’ultimo del mondo. Sono figlio dell’ultimo del mondo. Io sono un traditore. Sono un reietto. Come Bruto ho ucciso mio padre. L’ho ucciso con il silenzio. Caino me. Mio padre aveva tre figli; io, l’unico maschio, ultimo a nascere. Secondo Riva a me spettava un posto di diritto in fabbrica. Per me il destino era scritto, segnato. Me le ricordo tutte le chiacchierate con mio padre. Da buon operaio, padre di famiglia, voleva per il suo unico figlio maschio il riscatto sociale, voleva una carriera all’avanguardia. Mi diceva studia, impegnati, costruisci il tuo futuro “perché nessuno qua ti da niente”. Perché il futuro si costruisce sporcandosi le mani. Mi diceva di non arrendermi perché all’Ilva non c’era neanche il padre eterno a difenderti. Sì, mio padre era cattolico, praticante. Io prima ci credevo. A ventitre anni con una moglie e un diploma di perito industriale il suo futuro era segnato. Come era segnata la nascita, un anno dopo, della sua prima figlia.
Lavorare all’Ilva era l’unica soluzione. Operaio. In fondo alla società per diritti e protezione ci sono gli operai. Lui aveva molti doveri ma pochi diritti. Aveva il dovere di proteggere la sua famiglia, sfamandola, educandola, aveva il dovere di non scioperare perché lo sciopero significava portare a casa meno soldi perché, dopo quasi tre anni mio padre volle assieme a mia madre concepire un figlio, la fortuna ne diede due: mia sorella e me. Perché avere due gemelli significava doppio lavoro, significava visite pediatriche doppie, ogni volta che ci si ammalava ci si ammalava in due, ogni volta significava andare in farmacia e lasciare una settimana di lavoro. Ma in famiglia non si era in due ma in cinque. Mio padre non ci ha mai fatto mancare nulla. Anche se, come tutti i bambini, avrei voluto di più. Avrei voluto quello che avevano i miei compagni di scuola, avrei voluto. Non ho mai avuto il coraggio di chiedere nulla. Nulla di nulla. Volevo solo che lui fosse orgoglioso di me. Semplicemente. Avrei voluto che lui passasse più tempo con noi, con me, ma c’erano i turni a divederci. Non dimenticherò mai la tristezza durante i giorni di festa, quando lui era di turno. Per un operaio Ilva non ci sono mai feste comandante, né natali, né pasque né primi maggio. Il lavoro nobilita l’uomo. L’operaio nobilita l’uomo. Il lavoro nobilita l’operaio? Tanto tempo fa mio padre mi disse “la fabbrica mi ammazzerà”. Io ero troppo giovane per capire, per comprenderlo.
L’adolescenza è vigliacca, ti coglie impreparato, inadeguato: i problemi dei grandi sono lontani, ma la puzza l’avverti comunque. Io mi turai il naso. Non l’ho più visto. Mai più. Mio padre morì assassinato dalla sua odiata fabbrica. L’ha ammazzato il lavoro. Come una macchina, come una pressa il capitale lo usò. Un ingranaggio di una catena di montaggio che può essere sostituito. Mio padre fu sostituito da un altro uomo, un uomo nuovo. E la macchina continuò ad andare avanti, come se non fosse successo nulla. Io quel giorno non ho perso un ingranaggio sostituibile; ho perso un padre. Sono passati 18 anni da quell’incidente mortale.
La fabbrica è ancora lì, molti ingranaggi sono stati sostituiti da uomini nuovi, ma la fabbrica non cambia mai. È sempre la stessa. È passato un anno dalla morte di sette operai a Torino. Sette famiglie hanno perso un ingranaggio della loro vita. Sette operai diversi da mio padre: loro indossavano tute firmate Thyssenkrupp, mentre a mio padre piaceva la marca Ilva. Stessa feccia.
Dopo la strage di Torino il mondo della siderurgia doveva cambiare. Non è cambiato nulla; si continua a morire, si continuano a perdere ingranaggi. Questo per me sarà l’ennesimo Natale senza di lui, ormai ci ho fatto l’abitudine.
Ciao papà e buon Natale.
Grazie per dare la voce a chi è afono da quasi venti anni.

13 dicembre 2008 – R (figlio di un ex operaio Ilva)

Roberto Romano

Come ogni anno pubblico questa lettera di Roberto Romano. Io, il papà ce l’ho ancora, per fortuna. So quanto gli è costata la fabbrica, so quanto gli è costato provare a non farci mancare mai nulla. Buon primo maggio, buona festa del lavoro. E grazie, pa’.


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