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maledetto vivere

maledetto vivere

Oggi sono sereno, lo è un pò meno la ragazza che è appena uscita dal tabacchino… scoppia a piangere all’improvviso e inizia: “il compagno che avevo fino a quattro anni fa, prima di fare la vita, è morto quando stavamo insieme… allora ho iniziato a farmi e poi a battere, prima di allora il mio fratellastro mi aveva violentata quando avevo dodici anni, ho avuto un figlio da quello stupro, è morto due mesi fa schiacciato da una macchina, aveva diciotto anni ” …è la stessa che qualche anno fa ho visto scaraventata da una macchina in corsa . No comment…

 

Leggo questo post sul profilo facebook di un ragazzo che in realtà non conosco, Fabio, ma di cui “virtualmente” sono amico. Fabio ha un tabacchino nella zona di Santa Gilla, e quanto complessa possa essere la vita lo vede quotidianamente. Leggere i suoi post mi riporta spesso a una dimensione concreta e realistica dei problemi, scaccia qualche demone e rimette un po’ di ordine nelle priorità. Mi aiuta anche a sdrammatizzare i miei drammi, perché in fondo sono fortunato, molto fortunato. La storia di questa ragazza non è una tragedia isolata, è la storia di molte vite. Le chiamiamo lucciole ma la luce interiore gliela spegniamo quotidianamente mercificandole, trafficandole, trattandole come elementi di scarso decoro urbano.

Non ci interessa quale possa essere la loro storia, né quali solitudini possano aver vissuto e continuino a vivere. Ci interessa che i nostri figli non le vedano, che i nostri mariti non ci scopino (ma solo perché chissà cosa penserebbe la gente se lo sapesse…), che non sporchino le nostre città. D’altronde hanno scelto loro che vita vivere. Come se tutti fossimo nati con le stesse carte in mano e allora sì che si tratterebbe di come uno le gioca, le proprie. Invece non è così. Qualcuno è nato con una mano sfortunata, qualche altro al banco si è seduto senza sapere che la partita per lui era truccata. A qualcuno, di carte, non ne hanno dato ma gli hanno detto comunque “e adesso gioca”.

Preferisco Tito. I suoi dieci comandamenti, che mi sollevano dal ruolo inaccettabile di giudice delle vite altrui, che non mi stringono dentro a una morale falsa e scritta per i potenti.

Preferisco pensare che ogni Dio è uguale e nessun Dio sia strettamente necessario.

Preferisco pensare di non aver alcun bisogno di nominare un Dio, invano, nel momento del bisogno.

Preferisco pensare che essere madre e padre sia un ruolo difficile, e che si è fortunati quando si hanno un padre e una madre che ci provano, quanto meno questo. Ci provano. E non tutti sono così fortunati.

Preferisco pensare che non sia lecito santificare le feste se qualcun altro muore di fame mentre i nostri templi “rigurgitan salmi” e oro.

Preferisco pensare che rubare per bisogno sia molto meno grave che rubare per cupidigia e che, anzi, rubare per fame sia un atto di sopravvivenza e non un reato.

Preferisco pensare che un atto d’amore non sia da confondere con un atto di piacere, ma che se un atto di piacere non nuoce a nessuno non sia un atto sbagliato. E che l’amore non meriti briglie e lacci, ma che dovrebbe essere libero di cavalcare le praterie del vivere.

Preferisco pensare che nessuno dovrebbe sentirsi in diritto di ammazzare qualcuno, mentre in quasi sessanta paesi al mondo (tra cui alcuni dei democratici Stati Uniti d’America) esiste ancora la pena capitale. Ovvero un uomo continua a uccidere un uomo in nome di una idea di giustizia e nel nome di chissà quale dio.

Preferisco pensare che mentire per proteggere qualcuno sia un atto d’amore, e che mentire per salvare una vita sia un atto dovuto.

Preferisco pensare che non dovrebbe esistere la roba degli altri, ma che certamente non ne esista la sposa, perché la donna non è un oggetto, né un cammello da vendere al mercato. La donna ha diritto di scelta, e ha diritto di amare, e di smettere di farlo quando il suo cuore lo decide. Essere amati è un privilegio che va saputo mantenere e a cui bisogna saper ricambiare, non un diritto sancito in chissà quale contratto. E preferisco pensare che il desiderio non abbia mai ucciso nessuno, ma abbia consentito agli uomini di volare con la fantasia.

E preferisco pensare che, alla fine di ogni cosa, bisognerebbe imparare il perdono, e bisognerebbe imparare l’amore. Per sé stessi e ancora più per gli altri.

La canzone è “Il testamento di Tito” di Fabrizio De Andrè; il quadro, invece, è “La toilette” di Toulouse-Lautrec (olio su cartone del 1896).


next page next page close Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti.

Eraclito”
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