Progettare · Officina delle storie
Come trovare il conflitto
5 ottobre 2026 · 6 min di lettura

Se non c'è conflitto... non c'è storia!
Quando chiedo a un autore quale sia il conflitto centrale del suo romanzo, spesso non sa cosa rispondere. Qualche volta, la risposta c'è ma è ancora molto, troppo generica.
«Lui ama lei, ma lei non lo ama.»
«Il protagonista vuole vendicarsi, ma l'assassino è introvabile.»
«Padre e figlio non si parlano da anni.»
Sono tutte situazioni conflittuali. Ma il conflitto narrativo non è ancora qui. Perché il conflitto non serve soltanto a mettere un ostacolo davanti al protagonista. Serve a metterlo in crisi, questa parola straordinaria che deriva dal greco e allude al lavoro dei contadini di separare – e dunque scegliere – le piante infestanti dal grano. La crisi non è un momento inutile della nostra vita, tutt'altro: è quello in cui ci troviamo a dover compiere una scelta e, attraverso di essa, a rivelare chi siamo davvero nel nostro profondo, oltre ogni possibile maschera.
Per questo la crisi diventa interessante solo se l'ostacolo esterno costringe il personaggio a fare i conti con qualcosa che si porta dentro. Il conflitto più importante, allora, non è necessariamente quello tra il protagonista e il mondo, ma quello tra ciò che il protagonista vuole e ciò di cui ha bisogno.
Il personaggio vuole una cosa. La storia gliene chiede un'altra
Ogni protagonista ha, almeno in partenza, qualcosa che desidera.
Vuole essere amato. Vuole diventare ricco. Vuole vendicarsi. Vuole salvare qualcuno. Vuole tornare a casa. Vuole dimostrare di avere ragione. Vuole conquistare quella donna. Vuole finalmente essere riconosciuto.
Chiamiamolo desiderio: il desiderio mette in moto la storia, ma spesso non coincide con ciò di cui il personaggio ha realmente bisogno.
Il bisogno è un'altra cosa. È ciò che il personaggio deve comprendere, accettare o imparare per poter cambiare. E qui nasce una delle tensioni più fertili delle storie:
il personaggio insegue una cosa, mentre la storia lo costringe a scoprire che quella cosa non è ciò di cui ha realmente bisogno.
Non significa necessariamente che alla fine debba rinunciare al proprio desiderio.
Significa spesso che, per ottenerlo, dovrà trasformarsi, e per trasformarsi dovrà mettere in discussione il modo in cui ha imparato a stare al mondo.
La ferita da cui tutto comincia
Per capire questo meccanismo bisogna tornare indietro.
Prima della storia c'è spesso una ferita: può essere un abbandono, un'umiliazione, un tradimento, una perdita, un fallimento, una colpa, un'esperienza nella quale il personaggio ha imparato qualcosa su di sé o sul mondo, e questo qualcosa costruisce una sua modalità, un modo di reagire in un determinato contesto (nessuno può chiamare codardo Marty McFly, no?).
Il bambino che viene continuamente deriso può imparare che mostrarsi vulnerabile è pericoloso.
Quello che viene abbandonato può imparare che non ci si può fidare di nessuno.
Quello che cresce in un ambiente imprevedibile può imparare che bisogna controllare tutto.
Quello che viene amato soltanto quando ottiene risultati può imparare che il proprio valore dipende dalla prestazione.
Queste esperienze producono convinzioni.
E le convinzioni producono comportamenti.
Il personaggio, in altre parole, costruisce una propria maniera di sopravvivere.
La modalità: la soluzione che diventa il problema
È qui che entra in gioco quella che possiamo chiamare modalità.
La modalità è il meccanismo attraverso cui il personaggio affronta le situazioni che percepisce come minacciose.
Controllare.
Fuggire.
Aggredire.
Compiacere.
Mentire.
Chiudersi.
Anticipare gli altri.
Non chiedere aiuto.
Non affezionarsi a nessuno.
Fare battute quando qualcosa rischia di essere troppo doloroso.
Sono strategie e, questo è importante, non nascono necessariamente come difetti. Fino a un certo punto della vita del personaggio, quella modalità gli è servita, addirittura può essergli stata necessaria, può essere stata a lungo una risposta funzioanale a una situazione che il personaggio non poteva controllare.
Il problema è che può continuare a funzionare anche quando non serve più, e soprattutto può diventare la risposta automatica alla crisi.
Il conflitto comincia quando la modalità non funziona più
Ecco il punto che ci interessa oggi: una storia a un certo punto deve far sì che il vecchio sistema di sopravvivenza del personaggio venga messo in crisi.
Pensiamo a un uomo che ha imparato a non dipendere da nessuno.
Il suo desiderio potrebbe essere costruire una relazione.
Ma quando la relazione diventa importante, quella vecchia modalità si attiva: prende le distanze, non comunica, finge di non avere bisogno dell'altra persona.
Più desidera essere amato, più si comporta in modo da rendere difficile amarlo.
Oppure pensiamo a una donna che ha bisogno di controllare ogni cosa perché nella sua infanzia ha vissuto una situazione nella quale tutto poteva crollare da un momento all'altro.
Il suo desiderio è costruire una famiglia stabile.
Ma proprio quando qualcosa minaccia quella stabilità, aumenta il controllo, e il controllo, che un tempo serviva a proteggerla, finisce per distruggere ciò che voleva proteggere.
Questo è conflitto, non tanto personaggio contro ostacolo ma personaggio contro il proprio modo di affrontare l'ostacolo.
Quando desiderio e bisogno entrano in collisione
A questo punto possiamo vedere il vero cuore del conflitto.
Il protagonista vuole qualcosa.
Per ottenerla, utilizza la modalità che ha sviluppato nel corso della sua vita.
Ma quella modalità gli impedisce di raggiungerla.
La storia lo costringe allora a scegliere: può continuare a fare quello che ha sempre fatto, oppure può cambiare. È qui che emerge il bisogno.
Il personaggio potrebbe scoprire di dover imparare a fidarsi, a chiedere aiuto, a rinunciare al controllo, a perdonare. A lasciar andare o a riconoscere la propria vulnerabilità. Il bisogno come vedete non si concretizza in una morale che lo scrittore decide dall'esterno, non c'è alcuna pedagogia nascosta tra le pagine. È la conseguenza naturale del conflitto: il personaggio scopre di aver bisogno di ciò che per tutta la storia ha cercato di evitare, e in questo modo rende necessario (e credibile!) il suo arco di trasformazione.
C'è poi una regola pratica che può aiutare chi scrive: fatevi da parte, e non cercate di risolvere il conflitto appena compare. Anzi, man mano che avanza la trama, fatelo peggiorare, ogni volta che il personaggio affronta un ostacolo, dovrebbe sentire il richiamo a utilizzare la propria vecchia modalità, e ogni volta quella modalità dovrebbe funzionare abbastanza da convincerlo a continuare.
Questo è fondamentale.
Se il personaggio smette immediatamente di controllare, di mentire, di fuggire o di aggredire, non vi è alcun prezzo da pagare per la trasformazione. dite la verità, è credibile? Vi siete mai trovati nella condizione di dover cambiare e questo è accaduto senza perdere nulla, senza fatica, senza dover perdere qualcosa di voi? No, vero?
Ecco, un buon personaggio deve avere una ragione per restare quello che è, deve avere paura di cambiare perché cambiare fa paura... riusciremo? E se non fossimo in grado? E se il cambiamento si dovesse rivelare peggiore del nostro stare immobili nella versione di noi che conosciamo?
Ecco, la trasformazione in questo modo non diventa un atto di volontà, ma una necessità.
Alla fine, il conflitto porta quasi sempre a una scelta, non «Riuscirà a ottenere ciò che vuole?» ma «Sarà disposto a cambiare per ottenerlo?» e fino a che punto? E, ancora, «Che cosa perderà se non cambierà?»
È qui che il conflitto esterno e quello interno finalmente si mettono in relazione.
La trama mette il personaggio davanti a un problema.
Il problema costringe il personaggio a usare la propria modalità.
La modalità produce conseguenze.
Le conseguenze rendono evidente il bisogno.
E il bisogno lo porta, finalmente, davanti a una scelta.
Restare quello che è o diventare qualcun altro.
Persone, non personaggi
Quando lavoro a un personaggio, trovo utile pormi alcune domande in apparenza molto semplici.
Che cosa vuole?
Che cosa teme?
Quale ferita si porta dietro? E come si è prodotta?
Che cosa ha imparato da quella ferita?
Quale modalità ha sviluppato per proteggersi?
In che modo quella modalità oggi gli impedisce di ottenere ciò che desidera?
E soprattutto:
di che cosa ha davvero bisogno?
Se sai rispondere a queste domande, il conflitto comincia a smettere di essere un semplice ostacolo sulla strada della trama, per diventare il dispositivo attraverso cui la storia mette il personaggio davanti a sé stesso.
Se vi è piaciuto questo contenuto, la prossima volta possiamo parlare di Difetto Fatale e di Fantasma interiore, fatevi... vivi.